lunedì, 20 marzo 2006

Torino capitale dell’antimafia. Almeno per un giorno. Domani, infatti, nel capoluogo piemontese, ancora fresco di Olimpiadi e Paralimpiadi invernali, si tiene l’undicesima edizione della  Giornata della memoria e dell’impegno, promossa da Libera.

Che c’entra Torino con mafia e antimafia? È una domanda che, da quando l’associazione presieduta da Luigi Ciotti e Rita Borsellino ha indicato la sede dell’iniziativa, ho sentito più volte. E non solo come domanda retorica. Ché tanti – in buona o in mala fede – preferiscono continuare a pensare che la mafia, le mafie siano altrove (a Palermo, in Sicilia, al Sud, a Roma…), mai in casa propria.

Invece Torino e il Piemonte – come ormai il resto d’Italia – non sono estranee al fenomeno mafioso, anche se i clan non hanno lo stesso radicamento che gli consente di spadroneggiare nelle regioni meridionali. E, comunque, è noto il loro interesse per i lavori delle opere per i Giochi. Così come sono note le ormai storiche infiltrazioni mafiose nel Casinò di Saint Vincent.

Come dimenticare, poi, che Torino è l’unica città italiana, al di fuori delle cosiddette aree tradizionali, dove le cosche hanno ammazzato un magistrato? Bruno Caccia, procuratore capo a Torino, è stato ucciso dalla ’ndrangheta il 26 maggio 1983: "Egli – hanno scritto i giudici di Milano, nella sentenza – poté apparire ai suoi assassini eccessivamente intransigente soltanto a causa della benevola disposizione che il clan dei calabresi riconosceva a torto o a ragione in altri giudici. Perché questo clan aveva ottenuto in quegli anni la confidenza, la disponibilità o addirittura l'amicizia di alcuni magistrati".

E come dimenticare che in provincia di Torino c’è Bardonecchia, il primo comune non meridionale il cui consiglio comunale, nel 1995, è stato sciolto con decreto presidenziale, a causa delle infiltrazioni mafiose? (L’anno scorso è successo anche a Nettuno, in provincia di Roma).

Nel corso degli anni, più volte la Commissione parlamentare antimafia si è occupata del Piemonte, dedicandogli apposite relazioni, l’ultima è di questa legislatura.

Ecco perché, tra l’altro, quest’anno la Giornata della memoria e dell’impegno si tiene a Torino, ché il Nord non è immune dalle infiltrazioni mafiose – tutt’altro – ed è bene che simili iniziative ce lo ricordino. E non come fatto rituale, ma per favorire una maggiore presa di coscienza affinché aumenti l’impegno di tutti per battere le mafie. Sotto quest’aspetto, penso che il lavoro di Libera non abbia eguali in Italia.

postato da: almostblue58 alle ore 14:58 | Permalink | commenti
categoria:mafia, memoria, torino, antimafia, piemonte, libera
domenica, 26 febbraio 2006
Ieri sera la Corte d'Appello di Palermo, presieduta da Salvatore Scaduti, ha condannato a 10 anni di carcere Bruno Contrada, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. La sentenza, che deve ancora passare al vaglio della Cassazione, arriva a 14 anni di distanza dall'arresto dell'ex 007 del Sisde. Al di là della colpevolezza o meno di Contrada - chi scrive pensa da sempre che sia colpevole -, è inaccettabile che dopo 14 anni non ci sia ancora una verità giudiziaria definitiva su una vicenda così delicata come le presunte collusioni tra uno dei più noti investigatori italiani e Cosa nostra (non sarebbe meno inaccettabile se l'imputato fosse un ladro di polli).
Ma non è della durata del processo penale che voglio scrivere. E nemmeno del processo Contrada.
Il testo (inedito) che segue - lungo quasi quanto un libro - scaturisce da un "processo parallelo", svolto sulla stampa italiana dopo la sentenza di primo grado di dieci anni fa, e vuole essere un contributo alla comprensione di alcuni fatti siciliani (e italiani) anche più vecchi del "caso Contrada".
* * * * *

1. IL COMPLOTTO

1.1. Un certo De Gennaro
"Si è detto che la mia è stata una carriera folgorante. Raggiungere il grado di dirigente generale a sessant’anni non è eccezionale. Sono altri che fanno carriere forgoranti, come l’attuale vice capo della Polizia, Gianni De Gennaro, che dopo quasi un mese dal mio arresto è diventato direttore generale della Dia". Ha atteso quasi tre anni e mezzo, Bruno Contrada, prima di sparare la sua bordata all’indirizzo del direttore della Criminalpol Gianni De Gennaro.

Ha atteso l’ultima udienza del processo - il 5 aprile ’96 -, quando tutte le telecamere d’Italia lo inquadravano, quando tutti i microfoni succhiavano avidamente le sue parole, quando i cronisti di giudiziaria e gli inviati dei grandi quotidiani erano tutti lì, in febbrile attesa. Ha atteso pazientemente, Bruno Contrada. Poi - dopo la requisitoria dei pubblici ministeri Antonio Ingroia e Alfredo Morvillo; dopo le arringhe difensive degli avvocati Pietro Milio e Gioacchino Sbacchi -, quando ormai i giudici del dibattimento non avrebbero più potuto chiedergli chiarimenti su questa pesante insinuazione, ha chiesto di rilasciare delle “spontanee dichiarazioni”.

Le spontanee dichiarazioni, introdotte dal nuovo codice di procedura penale, permettono all’imputato di intervenire nel corso del dibattimento, in qualsiasi momento, senza contraddittorio. Contrada e i suoi avvocati hanno sfruttato al meglio tale norma: durante il processo, è intervenuto tante volte; la sua autodifesa ha cadenzato le udienze mostrando un Contrada battagliero e aggressivo che tentava di ribattere colpo su colpo alle accuse di testimoni e pentiti.

L’ultima udienza, dunque, quando ormai manca solo che il Tribunale si ritiri per emettere la sentenza, Contrada chiede la parola: un monologo lungo due ore, quello dell’ex 007 del Sisde; un monologo col quale ribadisce la sua estraneità alle accuse dei pentiti, il suo attaccamento allo Stato e la "lentezza" della sua carriera contrapposta a quella "folgorante" di De Gennaro, "che dopo quasi un mese dal mio arresto è diventato direttore generale della Dia".

Perché quel riferimento esplicito al vicecapo della polizia? Che c’entra De Gennaro con le accuse a Contrada? Perché quel nome dato in pasto all’opinione pubblica, dopo 169 udienze, senza che i suoi giudici naturali possano chiedergli alcunché?

Se i magistrati possono solo prendere atto delle insinuazioni di Bruno Contrada nei confronti di Gianni De Gennaro, senza la possibilità di alcun chiarimento, per i giornalisti non è così. Per loro quel nome rappresenta la notizia. I dieci anni di carcere che il Tribunale infligge a Contrada (condannato per concorso esterno in associazione mafiosa) diventano così il pretesto per aprire il processo - a mezzo stampa - contro il vicecapo della polizia, affidando al presunto mafioso Contrada il ruolo di pubblico ministero. Insieme a De Gennaro, sul banco degli imputati di questo processo virtuale, siedono i giudici che hanno condannato l’ex 007 e i magistrati che hanno sostenuto la pubblica accusa.

Il fuoco di fila contro le toghe palermitane lo aprono tre personaggi avvezzi a sortite del genere: Tiziana Maiolo, Tiziana Parenti e Vittorio Sgarbi. "Un processo politico!", "una sentenza nazista!", "condannate i giudici!" strillano i tre esponenti di Forza Italia, primi in assoluto ad intervenire sparando sulla sentenza e sui giudici. I tre, è bene ricordarlo, all’epoca dei fatti presiedono tre importanti commissioni parlamentari: Maiolo la commissione Giustizia della Camera, Sgarbi la commissione Cultura e Parenti nientemeno che l’Antimafia. Insomma, ricoprono fondamentali incarichi istituzionali. Al contempo, però, sono persone ben allenate nel tiro al magistrato: Ne sanno qualcosa a Milano, a Napoli, a Palmi, a Palermo... Ovunque ci siano giudici impegnati in inchieste sulla corruzione e sulla mafia.

Il primo a scagliarsi contro De Gennaro, invece, è l’ex segretario socialista Giacomo Mancini, che dieci giorni prima è stato condannato dal Tribunale di Palmi, in primo grado (sentenza poi annullata), per lo stesso reato contestato a Contrada, concorso esterno in associazione mafiosa. Mancini, però, a differenza dello 007, ha subìto una pena lieve, tre anni e mezzo di carcere. Sabato 6 aprile, alle 18.43, l’Adn Kronos, l’agenzia di stampa orfana di Bottino Craxi, diffonde l’opinione dell’anziano leader calabrese: "Vincenzo Parisi è morto in tempo, altrimenti, prima o poi, avrebbe fatto la fine di Contrada... Ora, non c’è nient’altro da dire: bisogna allinearsi ad Arlacchi e Violante. Parisi mi aveva detto - prosegue Mancini -, e lo ha ripetuto chissà quante volte davanti al giudice, che Contrada è stato un poliziotto esemplare e che contro di lui c’era l’arrivismo dei giovani. E, soprattutto, la nuova struttura, quella che, sempre secondo Parisi, era diretta da un giovanotto che avrebbe fatto meglio a ricoprire la carica di vicequestore e non di capo della Dia: Gianni De Gennaro".
Ma non è finita. A rincarare la dose ci pensa Pietro Mancini, figlio dell’ex leader del Psi, con una dichiarazione al vetriolo dettata all’Ansa: "Non si può non ricordare che è stata la Dia di De Gennaro a “scovare” nelle carceri i peggiori criminali, disponibili ad accusare Mancini e Contrada, in cambio di sconti di pena e vantaggi economici".

I telegiornali del sabato e i quotidiani della domenica di Pasqua danno ampio risalto alle accuse di Mancini e da Contrada, cioè di due persone appena condannate per connivenza coi clan mafiosi; leggere i titoli dei giornali e le lunghe interviste rilasciate dai due dà l’impressione che nel pomeriggio di venerdì sia stata emessa una sentenza contro il vicecapo della polizia e non contro l’ex 007. Che, invece, sarebbe vittima di un complotto della Dia che, per fortuna, è stato svelato.

Mentre l’ex leader del Psi ribadisce le accuse già dettate all’Adn Kronos, Contrada invia messaggi: "In 31 mesi fatti in carcere non ho accusato mai nessuno, ma avrei potuto...", spiega a un nugolo di cronisti in trepidante ascolto. Poi la sua attenzione si rivolge ai pentiti (sono dieci quelli che lo accusano), che "non possono essere smentiti, perché ci sono migliaia di uomini in carcere e centinaia condannati all’ergastolo". Come dire che i giudici non potevano riconoscere la sua innocenza senza, poi, comportarsi di conseguenza con Riina, Santapaola, Bagarella e compagnia. D’altronde, anche Riina si ritiene vittima di un complotto ordito da De Gennato, Arlacchi e Violante. Lo ha gridato a tutto il Paese attraverso le telecamere del Tg2 e ha invitato i suoi a votare per Berlusconi. Ricordate?

Ma le interviste a Contrada non si concludono con i “messaggi” a chi deve capire che in Appello potrebbe non starsene zitto e con gli attacchi ai pentiti: ci sono da chiarire il perché di quel nome - Gianni De Gennaro - dato in pasto all’opinione pubblica italiana e la teoria del complotto.

"Guardi che il nome di Gianni De Gennaro - spiega l’ex 007 nell’ennesima intervista - io l’ho fatto, e senza collegarlo mai con la mia vicenda, quando ho dovuto difendermi in aula dalle accuse del pubblico ministero che insinuava sospetti sulla “rapidità” della mia carriera, quasi che fosse il prezzo della corruzione addebitatami".

"Senza collegarlo mai con la mia vicenda", dice. Chissà quale significato attribuisce Contrada al verbo "collegare". Secondo il vocabolario della lingua italiana Devoto-Oli, “collegare” vuol dire: "Mettere in comunicazione secondo un determinato piano; connettere, coordinare in base ad un rapporto prestabilito di successione o di interdipendenza". Ora, rileggiamo la dichiarazione fatta al processo dall’ex superpoliziotto: "Sono altri che fanno carriere folgoranti, come l’attuale vicecapo della polizia, Gianni De Gennaro, che dopo quasi un mese dal mio arresto è diventato direttore generale della Dia". Giudicate voi se Contrada, con quella frase, metta in collegamento il suo arresto con la carriera di De Gennaro.

Il nome del vicecapo della polizia (ormai da anni capo) era già indicato in un edulcorato libro-intervista, una sorta di autobiografia pubblicata cinque mesi prima, nella quale l’imputato sottolineava la "coincidenza" di tempi tra la nascita della Dia e la riorganizzazione del Sisde in chiave anticriminalità. Secondo il quotidiano la Repubblica, che dà notizia della pubblicazione, ci troveremmo di fronte a un "messaggio". Che, dopo la condanna, diventa un’accusa esplicita.

Contrada sostiene che per capire la sua vicenda bisogna comprendere il "contesto" in cui essa nasce, cioè l’estate palermitana dell’89, l’estate del ritorno in Sicilia del pentito Totuccio Contorno, del fallito attentato dell’Addaura al giudice Giovanni Falcone, delle lettere del Corvo. "Premessa: per quei fatti sono totalmente estraneo", detta all’intervistatore di turno. Poi l’affondo: "Chi ha portato il pentito Contorno in Sicilia? Chi l’ha protetto? Con chi stava in contatto? C’erano dentro tutte le istituzioni. La polizia di Stato con la Criminalpol... parlo di Gianni De Gennaro e dell’allora capo della polizia che era Parisi. L’alto commissariato con Sica. C’erano dentro il Sismi, il servizio segreto militare. C’erano dentro la procura di Palermo e l’ufficio istruzione... nelle lettere anonime si parlava del procuratore Giammanco e del giudice Falcone. C’erano i carabinieri, l’artificiere dell’Addaura era un maresciallo dei carabinieri... Tumino... Tutti dentro tranne il Sisde. E con le calunnie e con le insinuazioni lo hanno infilato per forza".

1.2. Un certo Contorno
In un’altra intervista, Contrada precisa che lui non ha accusato nessuno, che si è solo limitato "a far osservare delle coincidenze temporali"; ma l’ex spione nutre anche una curiosità: "Mi chiedo perché, per esempio, tra i pentiti che mi accusano di aver favorito il mafioso Stefano Bontate manca solo Totuccio Contorno. Quale personaggio più indicato - lui che era il braccio destro del boss, l’uomo che gli viveva accanto - per venire in aula a dire se io ero amico del suo capo? E invece no: Contorno non è stato mai interrogato. Forse c’è qualcuno che teme che gli si possa chiedere qualche delucidazione sulla famosa estate dell’89, quando invece di starsene in America vagava per le campagne di Bagheria? Autorizzato da chi?".

Peccato che questi dubbi non siamo mai entrati nel dibattimento. E peccato che la difesa di Contrada non abbia avvertito l’esigenza di citare Totuccio Contorno. I pubblici ministeri Alfredo Morvillo e Antonio Ingroia, evidentemente, ritenevano inutile la testimonianza del “pentito”, ché non ha mai parlato del superpoliziotto; Contrada, invece, la ritiene fondamentale. E lo dice solo ora? Come mai il nome di Contorno - un teste che egli reputa così importante - non era tra quelli citati dalla difesa? Era un suo diritto chiedere di sentirlo. Perché non l’ha esercitato, questo diritto?

Eppure, due giorni prima dell’inizio del processo, Pietro Milio, uno dei due legali di Bruno Contrada, aveva dichiarato di temere per la vita del suo assistito; aveva aggiunto misteriose allusioni su "certe indagini" condotte dall’imputato, che "ha scoperto le nefandezze di qualcuno. Cose che naturalmente non ha messo per iscritto ma ha solo riferito a chi di dovere". Infine, il penalista aveva spiegato che "il caso Contrada va inquadrato nei fatti e nei misfatti avvenuti a Palermo fin dal 1989", lasciando intendere che durante il dibattimento avrebbero chiesto la testimonianza di Contorno. E invece, niente.

Prima di proseguire, con la teoria del "complotto" o del "contesto", è però il caso di sottolineare la singolare concezione del mestiere di poliziotto esposta dall’avvocato Milio. Dunque: Contrada avrebbe scoperto (quando?) le nefandezze di qualcuno (chi?) e naturalmente non avrebbe stilato alcun rapporto scritto. Veramente singolare, non c’è che dire. Agli atti del processo, però, non c’è alcuna traccia delle presunte nefandezze commesse da chissachì chissaquando, e non ce n’è nemmeno dei paventati rischi di morte che graverebbero sull’imputato. Così come non c’è alcun riferimento esplicito all’estate palermitana dell’89. Eppure, su quest’ultimo punto, se proprio avessero voluto, Contrada e i suoi avvocati avrebbero potuto trovare argomenti convincenti. Ovviamente, nell’ipotesi in cui tra quella oscura stagione palermitana e la vicenda che vede come protagonista l’ex funzionario del Sisde ci fossero realmente le connessioni di cui vanno parlando Contrada e Milio.

Se il contesto fosse realmente quello, nessuno meglio dell’avvocato Gioacchino Sbacchi - l’altro difensore di Contrada - avrebbe potuto trattare l’argomento. Sbacchi, infatti, è stato il legale del giudice Alberto Di Pisa, il magistrato accusato di essere l’autore delle lettere anonime che avvelenarono quell’estate. Di Pisa, dopo una lieve condanna in primo grado (tre anni di reclusione), è stato assolto dall’accusa di essere il Corvo. E nessuno s’è più preoccupato di cercare l’autore di quelle missive calunniose. Ebbene: l’avvocato Sbacchi conosce quelle vicende a menadito, può smontarle e rimontarle come farebbe il più esperto compositore di puzzle. Ma non lo ha fatto.

A ben guardare, fin dall'inizio ci si accorge che siamo di fronte a due diversi dibattimenti che procedono parallelamente: uno reale, che si svolge in un’aula di Tribunale, contro il poliziotto Bruno Contrada, accusato di avere favorito Cosa nostra; l’altro virtuale, che si tiene principalmente su alcuni giornali vicini al Polo berlusconiano, e che vede imputato il vicecapo della polizia Gianni De Gennaro, reo di avere protetto Contorno - "killer di stato" - e di avere complottato contro l'ex 007. E sì, perché, se le parole hanno un senso, Contrada ha detto anche questo.

Dopo la sentenza del Tribunale di Palermo che lo ha condannato a dieci anni di carcere, ovviamente; in una delle innumerevoli interviste. "Tralascio le mie idee personali - premette l’ex funzionario - e faccio, come dite voi giornalisti, la cronaca: Bruno Contrada viene arrestato a dicembre del 1994, mentre ha in piedi una struttura del Sisde, la “Roma tre”, che opera nell’ambito della criminalità organizzata. Una novità assoluta per il servizio segreto. Mi è permesso pensare che i miei successi - eravamo molto vicini al boss Bernardo Provenzano - potessero dare fastidio per esempio ad una struttura come la Dia, appena nata?". E il cerchio si chiude.

Dunque, ricapitoliamo: Contrada è arrestato alla fine del 1992; quasi un anno e mezzo dopo - il 12 aprile 1994 - comincia il processo; il giorno prima che si apra il dibattimento, l’avvocato Milio, in una intervista a Repubblica, denuncia che il suo assistito potrebbe non arrivare vivo in aula. Motivo? Avrebbe scoperto le "nefandezze" di qualcuno e, se non lo ammazzano prima, dirà tutto in udienza, precisa Milio. Che aggiunge: "Il caso Contrada va inquadrato nei fatti e nei misfatti avvenuti a Palermo fin dal 1989. Mi riferisco al fallito attentato dell’Addaura, alle lettere anonime di quell’estate e a tanti altri episodi. Vogliono far pagare a lui un conto che devono pagare altri. Mi ero dimenticato del caso Contorno: il pentito che era ritornato in Sicilia... certo lui non era un paracadutista, era un paracadutato", conclude il legale.

Due anni dopo, nel corso dell’ultima udienza processuale, Contrada tira in ballo Gianni De Gennaro e la "rapidità" della sua carriera. Poi, sui giornali, si scatena la bagarre.


2. L’ESTATE DEI VELENI

2.1 Il ritorno di Totuccio
All’alba di sabato 26 maggio 1989 gli uomini della Squadra Mobile di Palermo, guidati dal commissario Arnaldo La Barbera, fanno irruzione in una villetta nei pressi della stazione ferroviaria di San Nicola l’Arena, nel Palermitano, e arrestano Gaetano Grado, un pericoloso latitante affiliato alle famiglie "perdenti", quelle sterminate dai Corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano durante la mattanza dei primi anni Ottanta. All’interno dell’abitazione e in una roulotte parcheggiata in un’area attigua, i poliziotti trovano un autentico arsenale (le armi risulteranno “pulite”). Nello stesso momento, tra Palermo e Cagliari, la Polizia arresta altri nove mafiosi o presunti tali, tra questi ci sono Agostino D’Agati, la moglie Gioacchina e il padre di quest’ultima, Pietro Mancarella, ammanettati a Villabate.

A San Nicola, fuori della villetta dei Grado, i poliziotti fermano anche un uomo, completamente vestito, "aggrappato al cancello" e hanno "l’impressione che lo stesse scavalcando", come dichiareranno al processo. L’uomo si chiama Salvatore Contorno, detto Totuccio, il pentito di mafia “numero due”, nel senso che ha iniziato a collaborare con la giustizia subito dopo Tommaso Buscetta. Nel 1984, le sue dichiarazioni contribuirono a far sì che il pool antimafia dell’ufficio istruzione di Palermo potesse istruire lo storico maxiprocesso alla mafia. La sua cantata provocò 127 arresti, che si andarono a sommare ai 366 di poche settimane prima, conseguenza della più illustre cantata di don Masino.

Contorno è cugino di Gaetano Grado, un mafioso in servizio permanente effettivo, latitante da otto anni, condannato a 18 anni di carcere al primo maxiprocesso, quello istruito dal pool di Caponnetto, Falcone e Borsellino. Che ci fa un pentito a casa di un mafioso? E, inoltre, che ci fa in una zona dove negli ultimi cinque mesi sono stati commessi una ventina di omicidi? Per tentare di capirlo bisogna fare un altro passo indietro.

2.2 Coriolano della Floresta
Contorno è stato il guardaspalle di Stefano Bontate, capo della famiglia di Santa Maria del Gesù e membro autorevole della Commissione regionale di Cosa nostra fino al 23 aprile 1981, giorno della sua uccisione da parte dei Corleonesi. Bontate è quel boss che tra la fine del ’79 e la "primavera del 1980", incontra un paio di volte Giulio Andreotti, prima e dopo l’omicidio dell’allora presidente della Regione siciliana, Piersanti Mattarella. È il signor "reato prescritto". (vedi: http://almost.splinder.com/post/3165858)

Dopo essere sfuggito a sua volta a un agguato, Contorno fa perdere le proprie tracce. Nel frattempo si guadagna un soprannome epico, Coriolano della Floresta, come una specie di Robin Hood palermitano, un personaggio dei Beati Paoli. Non è certo se i Beati Paoli siano un’invenzione letteraria o se siano stati una setta protomafiosa settecentesca, tramandataci dalla tradizione orale, a cui Cosa nostra idealmente si collegherebbe. È certo, invece, che sui Beati Paoli ha scritto all’inizio del Novecento uno scrittore siciliano, Luigi Natoli, con lo pseudonimo di William Galt. Successivamente il testo è stato ripubblicato da Flaccovio con una presentazione di Umberto Eco.

Contorno lo arrestano a Roma, all’inizio dell’82, dove presumibilmente si era recato per "saldare il conto" a Pippo Calò, il cosiddetto cassiere della mafia che nella capitale aveva ormai messo radici del mondo criminale e, pare, anche in alcuni ambienti politici.

Dopo il pentimento di Buscetta (1983), anche Contorno decide di passare dalla parte della giustizia e fa arrestare centinaia di persone, tutte avversarie del suo ex clan o "traditori" passati coi "vincenti" Corleonesi. Nell’85, insieme a Buscetta, viene prestato agli americani che hanno bisogno dei due pentiti al processo Pizza Connection, megainchiesta su un traffico internazionale di eroina e cocaina che coinvolge cosche palermitane e statunitensi. Queste ultime usavano delle pizzerie come paravento per le attività illecite. Negli Stati Uniti i due godono della protezione prevista per i collaboratori di giustizia e di uno stipendio mensile (quello di Contorno è di 1.300 dollari). Oltreoceano i due scontano la pena inflittagli nel maxiprocesso di Palermo.

Il 27 agosto 1988 la Corte d’Assise del capoluogo siciliano ordina la scarcerazione di Contorno - che era stato condannato a sei anni e sei mesi - per decorrenza dei termini di custodia cautelare; meno di un mese dopo, il 12 settembre, i giudici gli vietano di risiedere in Sicilia, provvedimento revocato il 10 ottobre successivo (malgrado il parere negativo del pm Giuseppe Ayala).

Nel frattempo, Totuccio "manifesta l’intenzione di rientrare in Italia, e ciò perché le autorità degli Stati Uniti gli hanno comunicato che con il mese di ottobre non gli verrà più corrisposta l’indennità", ricostruisce Bianca Guidetti Serra, la senatrice di Democrazia proletaria che faceva parte della Commissione antimafia che si è occupata del caso Contorno, nella sua Relazione di minoranza. La Criminalpol sconsiglia il pentito, ma riesce a ottenere solo un rinvio del rimpatrio poiché sul finire di settembre, a Palermo, ammazzano suo cognato Giuseppe Lombardo e un suo amico, Francesco Fricano. Fricano era il capo della "compagnia dei soldati", un clan mafioso che aveva riorganizzato le fila dei “perdenti” per andare all’assalto degli uomini di Riina e Provenzano, gli inafferrabili Corleonesi. Della "compagnia" fanno anche parte i parenti di Contorno, i Grado e i Lombardo, con posizioni gerarchiche tutt’altro che secondarie. È Gaetano Grado, infatti, dopo il duplice omicidio, a guidare la riscossa del gruppo, che prima di perdere il leader aveva già eliminato almeno cinque uomini vicini ai Corleonesi.

2.3 "Cercavo un lavoro"
Il 18 novembre 1988 alcuni uomini della Criminalpol - l’organismo a cui il Tribunale ha affidato la tutela di Contorno - riportano il pentito in Italia e lo accompagnano nei pressi di Roma, nella casa dell’altro fratello della moglie, Sebastiano Lombardo, dove Totuccio era stato arrestato sei anni e mezzo prima: ha l’obbligo di telefonare alla Criminalpol due volte la settimana e di comunicare tempestivamente eventuali cambi di domicilio. La Criminalpol, ovviamente, mette al corrente i vari tribunali interessati alla testimonianza del pentito del suo ritorno in Italia. E il 16 maggio la notizia viene anche diffusa da un quotidiano, che ne annuncia il ritorno in veste di "consulente del ministero dell’Interno".

Dieci giorni dopo, l’arresto.

Dall’intervento del deputato missino Guido Lo Porto, durante la seduta pubblica della Commissione antimafia di giovedì 9 novembre 1989, si evince che Contorno sarebbe stato "consegnato al magistrato" dieci ore dopo la cattura: "Sono dieci ore di buco nero - sostiene Lo Porto - che noi dobbiamo chiarire, cioè dove è stato, con chi è stato e, quel giorno, chi è arrivato da Roma. Questo, forse, potrebbe essere accertato: chi è arrivato da Roma velocemente ed è ripartito velocemente per Roma la stessa sera e nello stesso momento in cui Contorno veniva finalmente consegnato al magistrato". Nessuno lo ha corretto o smentito. E nessuno ha risposto.

La maggioranza della Commissione, malgrado i molti dubbi sollevati da più parlamentari, decide che non ci sono state irregolarità di sorta e chiude l’indagine. Eppure, non è credibile che Contorno sia tornato a Palermo "per cercare lavoro" o "per chiedere un prestito a mio cugino Gaetano Grado", come il pentito ha dichiarato agli stessi commissari durante l’audizione del 9 agosto 1989. Totuccio, subito dopo il suo arrivo in Italia, ha rilasciato due lunghe interviste - una alla Rai, l’altra a un settimanale - che gli hanno fruttato venticinque milioni di lire; poi ha tentato di dare a bere ai parlamentari che era senza soldi e si sarebbe fatto prestare un milione e mezzo dal cugino Grado, che ha negato. Inoltre, siccome è stato catturato alle cinque e mezza del mattino, vestito di tutto punto, ha spiegato che lui la notte andava in cerca di lavoro e la mattina rientrava a casa.

È una storia ambigua, torbida, piena di misteri ancora oggi irrisolti. E i misteri sono spesso fonti di ricatti. È una storia che apre una delle più torbide estati palermitane, l’estate dei veleni. Veleni che non risparmiano nessuno, che volano sulle ali di un Corvo, che trasformano in fango il tritolo, che squassano il movimento antimafia siciliano e trasformano la Primavera di Palermo in cupo inverno. (vedi: http://ilviziodellamemoria.splinder.com/post/6229387)

2.4 L’Addaura e le lettere del Corvo
Il caso Contorno, che per le istituzioni si chiama invece operazione Grado (dalla cattura del pericoloso latitante e della sua organizzazione), innesca una delle stagioni più buie e laceranti delle istituzioni impegnate nella lotta alla mafia. Una decina di giorni dopo l’arresto del pentito, durante i quali l’opinione pubblica assiste disorientata al falso sbigottimento del dottor La Barbera ("Non sapevo che fosse a Palermo", dichiara ai Tg della Rai) e alle insinuazioni sull’alto commissario antimafia Domenico Sica e su Gianni De Gennaro, dirigente della Criminalpol, indicati come coloro che avrebbero "inviato" Contorno in Sicilia a caccia di latitanti e gli avrebbero permesso di "vendicarsi" dei Corleonesi. Dieci giorni dopo, dicevamo, diverse personalità dello Stato ricevono delle lettere anonime che accusano Contorno di avere commesso cinque omicidi; due delle lettere sono su carta intestata della Criminalpol. L’anonimista (o gli anonimisti), che la stampa battezza Corvo, accusa inoltre il capo della Polizia Parisi, De Gennaro, i magistrati Falcone, Ayala, Giammanco e Prinzivalli di essere corresponsabili dei delitti commessi dal pentito.

Che il Corvo sia un addetto ai lavori (o più di uno) è fuor di dubbio: oltre alla carta intestata e a una certa proprietà di linguaggio, indica il pentito come autore dei delitti commessi nel Palermitano proprio nei periodi in cui egli stesso ha ammesso di essere stato in Sicilia; e fa riferimento alle intercettazioni telefoniche effettuate dalla Squadra Mobile di Palermo, non ancora consegnate al magistrato. La Mobile, infatti, aveva messo sotto controllo il telefono della stazione ferroviaria di San Nicola l’Arena, da dove Grado e Contorno parlavano con amici e sodali e da dove il pentito effettuava le periodiche chiamate alla Criminalpol.
Prima che le lettere anonime finiscano sui giornali, il 20 giugno qualcuno piazza 58 candelotti di dinamite sugli scogli dell’Addaura, a ridosso dell’abitazione estiva di Falcone, dove il magistrato era insieme a due colleghi svizzeri impegnati nella lotta al narcotraffico, Carla Del Ponte e Claudio Lehman. Una strage fallita. Giovanni Falcone sostiene che dietro quell’attentato ci siano "menti raffinatissime" e, in privato, indica Bruno Contrada, un agente del Sisde, come coinvolto nell’oscuro episodio. Fino a oggi, però, non esiste alcuna prova in proposito, anche se questi sospetti sono entrati nel processo a Contrada

"Per dare il via libera agli esecutori occorrevano due pre-condizioni: un contesto e le informazioni", spiega Falcone ad alcuni giornalisti. Il "contesto" viene offerto dal palese tentativo di screditarlo attraverso le lettere anonime; le "informazioni" arrivano anche, puntuali e dettagliate, ma la bomba non esplode. Non solo. Viene scoperta il giorno dopo, cioè resta 24 ore accanto all'abitazione dell'uomo più protetto d’Italia. Almeno in teoria. "Se l’è messa da solo", diranno i suoi avversari.

Se Falcone fosse morto, il perché lo avrebbero "spiegato" le lettere anonime: i Corleonesi si sono vendicati della protezione offerta a Contorno. Falcone però resta vivo e può difendersi dall’ondata di fango che sta per riversarglisi addosso. Anzi, diventa Procuratore aggiunto.

L'Alto commissario antimafia, Domenico Sica, intanto, indaga sul Corvo e, dopo avergli “rubato” un’impronta digitale, lo individua in Alberto Di Pisa, un magistrato del pool antimafia della Procura di Palermo che avrebbe una "fama di anonimista", sebbene nessuno di coloro che lo accusano sappia indicare un solo elemento concreto. Di Pisa tra i tanti difetti ne ha uno che calza a pennello: è perplesso sul caso Contorno. È il Corvo ideale. Poco conta se è uno dei magistrati che indagano sul giallo e che, dunque, i sospetti potrebbe fugarli o confermarli processualmente.

Di Pisa è estromesso dal pool antimafia, incriminato e condannato in primo grado. Poi sarà assolto, in appello. Per i giudici, non è lui il Corvo.
Anche Contorno risulterà “innocente”, “estraneo” alla guerra del cugino e della sua banda.
Vuoi vedere che l’estate dei veleni è frutto della fantasia malata dei giornalisti?


3. L'OMICIDIO FICALORA

3.1 Un morto di “serie B”
La serata è afosa, sebbene sia quasi mezzanotte e la piacevole brezza che spira dal mare attenui la calura estiva. La Peugeot 205 procede stancamente seguendo la luce dei fari mentre illuminano il viottolo che porta al Villaggio del Capitano, un complesso turistico in contrada Ciauli, nel comune di Castellammare del Golfo, alle porte della riserva naturale dello Zingaro. Alla guida dell’auto c’è il capitano della marina mercantile Paolo Ficalora, accanto a lui la moglie, Vita D’Angelo. Tornano da un’insolita cena, frutto d’un invito inatteso, a casa del loro commercialista.

"Ecco, siamo di nuovo al ranch, sei contenta?", dice l’uomo fermando l’auto davanti all’ingresso del villaggio. Lei lo guarda, gli sorride, poi apre lo sportello e scende per aprire il cancello. E scoppia l’inferno: uno due tre spari… Infine, il colpo di grazia. Poi la notte inghiotte i sicari. Mentre la donna si dispera.
È lunedì 28 settembre 1992.

"Voglio solo che mio marito sia riconosciuto vittima innocente della mafia. Non mi interessano i risarcimenti economici, ma pretendo che lo Stato certifichi la sua completa estraneità alla mafia". Le ci sono voluti più di dieci anni, ma alla fine c’è riuscita, la signora D’Angelo Ficalora, a restituire l’onore al marito assassinato. Almeno l’onore. La vita se la sono presa due killer di Cosa nostra, quella notte di fine settembre.

"Morto nella guerra tra clan rivali", scrivono i giornali del giorno dopo. "Morto nella guerra tra clan rivali", annunciano i Tg delle tv locali. "Morto nella guerra tra clan rivali", s’intestardiscono gli investigatori.

Prima ti ammazzano, poi ti diffamano. Una tecnica più che collaudata.

"Tutto perché è stato ucciso con la stessa pistola che qualche tempo prima aveva ammazzato un mafioso ad Alcamo", ricorda la signora. E aggiunge, volutamente provocatoria: "Perché nessuno hai mai detto che il generale dalla Chiesa era mafioso? Non lo hanno forse assassinato con lo stesso kalashnikov col quale avevano ammazzato il boss Alfio Ferlito?!". Già, perché? Forse perché ci sono morti di seria A e morti di serie B. E il capitano Ficalora rientrerebbe in questa seconda categoria.

3.2 Una tranquilla famigliola
Quattro anni prima, proprio sul finire del 1988, un conoscente aveva chiesto ai Ficalora se fossero disposti ad affittare una villetta del ranch a una famiglia di suoi amici - marito, moglie e due bambini - che aveva l’esigenza di venire ad abitare in zona: stavano finendo di costruire la casa dove sarebbero andati ad abitare, su un terreno di loro proprietà, nei pressi di Calatafimi, a una ventina di chilometri di distanza.

Il capitano quelle dieci villette le ha costruite in altrettanti anni, proprio per affittarle e, dunque, è felice di avere degli inquilini anche d’inverno. Anche se la cosa è insolita, quella coppia sembra gradevole, e i due bambini - un ragazzino e una ragazzina - li rendono anche rassicuranti: lui, Agostino D’Agati, 33 anni, è un imprenditore agricolo di Villabate, nel Palermitano; lei, Gioacchina Mancarella, 29 anni, è figlia di un costruttore edile, Pietro, la cui impresa sta edificando la casa in cui dovrebbero trasferirsi. Così gli dicono.

La famiglia D’Agati pur abitando a un centinaio di chilometri di distanza, vuole seguire personalmente i lavori e restare unità, perciò intende abitare vicino.

Come di consueto, i Ficalora segnalano al commissariato di polizia di Castellammare la presenza della famiglia D’Agati in una delle villette di loro proprietà; gli agenti annotano la locazione nell’apposito registro.

I Ficalora durante l’inverno abitano a Palermo, dove la signora D’Angelo è direttrice didattica in una scuola elementare; però la domenica, specie se il tempo è bello, vanno volentieri al ranch. Vuoi perché hanno subìto vari danneggiamenti, vuoi perché c’è quella famigliola. Tre o quattro volte, tra gennaio e marzo dell’89, trovano un paio di persone che i D’Agati gli presentarono come "parenti", tali Gaetano e Salvatore. Gaetano, tra l’altro, è fissato con la caccia e il capitano, condividendone la passione, si ritrova a chiacchierare amabilmente con lui.

A metà maggio i D’Agati "completano la casa", dicono, e lasciano il ranch.
Non li rivedranno più.
Non di persona, almeno.

3.3 Il Trapanese è un "buco nero"
Castellammare del Golfo è in provincia di Trapani, terra di mafia, di massoneria, di logge coperte, di servizi segreti. A due passi da Castellammare, nell’85, è stata scoperta la più grande raffineria d’eroina mai individuata in Europa; poco più in là operava la cellula siciliana della Gladio; da quelle parti c’è la pista d’atterraggio servita per i più loschi traffici internazionali. La stessa pista che compare nell’inchiesta sull’omicidio di Mauro Rostagno, la cui scoperta potrebbe essergli costata la vita. Trapani è la provincia dei misteri, della loggia segreta Iside 2, inaugurata da Licio Gelli. Trapani è un "buco nero" sul quale le indagini sono sempre rimaste in superficie; è la patria di un pezzo di Cosa nostra ancora più potente di quella palermitana, "un luogo dove la mafia ha in tutti i sensi un controllo capillare del territorio", sosteneva il giudice Giovanni Falcone.

"Da Castellammare partono più telefonate per gli Stati Uniti che per il resto d’Italia", mi confidò anni fa un investigatore che aveva fatto parte della Mobile della questura di Palermo al tempo di Beppe Montana e Ninni Cassarà. E per essere certo che avessi colto la vera essenza di quel particolare - le telefonate - mi ricordò i consolidati, secolari legami tra le famiglie mafiose del luogo e quelle degli States.

L’anno scorso il pentito Nino Giuffrè ha messo a verbale una storia che ha dell’incredibile. I picciotti di New York, negli anni Ottanta, erano diventati delle vere pappamolle, indegni della tradizione di Cosa nostra. I vecchi boss newyorchesi decisero allora che, affinché diventassero veri uomini d’onore, c’era bisogno di mandarli a scuola di mafia. Dove? A Castellammare del Golfo.
Roba da film.

I magistrati palermitani che hanno interrogato il pentito forse hanno pensato la stessa cosa: roba da film. Ma con lo scrupolo che li contraddistingue, decidono di verificare. E dagli Usa arriva la conferma. Fonte: Fbi.

3.4 I "consigli" del capitano dell’Arma
Dopo una trentina d’anni trascorsi a bordo di navi di ogni stazza, dopo avere solcato buona parte dei mari del pianeta, il capitano Paolo Ficalora, a 52 anni, nel 1987, decide che è giunto il momento di restare coi piedi all’asciutto. Smette di navigare, vende i due appartamenti che aveva acquistato a Messina e si dedica al ranch. È un uomo tutto d’un pezzo, il capitano, uno che non sopporta le prepotenze, uno dei tanti senza padroni e senza padrini. Un cane sciolto. Ha faticato tutta la vita, ha tirato su le villette mattone dopo mattone: i terreni - trentacinquemila metri quadri a due passi dal mare - li aveva ereditati la signora D’Angelo, i soldi li hanno raggranellati piano piano, anno dopo anno, un imbarco dopo l’altro, uno stipendio dopo l’altro, un prestito dopo l’altro. Anche con l’aiuto dei due figli.

Ficalora, da anni, riceve pressioni affinché venda il suo ranch; ha subìto incendi, danneggiamenti, furti, ma non ha ceduto. Gli hanno persino ucciso il fedele pastore tedesco. Ha resistito.

Quell’area fa gola a tanti. È in una zona incantevole dal punto di vista paesaggistico: alle spalle la riserva dello Zingaro, di fronte il mare Tirreno. A Castellammare il piano regolatore generale è di là da venire e con una piccola variante quei terreni possono diventare un’autentica miniera, se intendi edificare. Altro che le dieci villette monofamiliari immerse tra i pini e gli ulivi. È ciò che pensa, probabilmente, chi vuole mettere le mani su quell’area.

"Negli ultimi tempi mio marito era preoccupato; lui che era sempre allegro, dalla battuta facile, sarcastico, pungente, reagì con stizza quella volta che gli chiesi cosa lo angustiava. Tu non sai le preoccupazioni che ho, mi disse. E poi silenzio. Io pensai che fosse preoccupato per le spese che avevamo affrontato, perché avevamo chiesto dei prestiti ai nostri figli per completare le ultime tre villette. Non potevo immaginare… Così come non capii quando mi chiese: Se dovessi morire, tu che faresti? Io lo guardai incredula e gli rigirai la domanda: e tu cosa faresti, se morissi io? Io resterei, fu la sua risposta". Mastica amaro la vedova Ficalora. Ma non smette di raccontare.

Racconta di quell’ufficiale dei carabinieri che un giorno va a trovarla e le dice che se suo marito non è ancora stato riconosciuto "vittima innocente della mafia" era perché "loro sono dappertutto". Loro chi? "Ma non ho avuto la prontezza di spirito per chiederglielo", ammette la signora. "Insieme a me c’erano mia figlia e suo marito. Viene a trovarmi questo capitano dei carabinieri per spiegarmi che io devo dare il giusto peso alle cose, devo scegliere: o le cose o la vita. Io gli ho risposto che le cose non mi interessano, ma che qui c’è il sangue di mio marito e io ho il dovere di restarci. E lui: Sì, lei dice così, però quando toccheranno i suoi figli lei si calerà anche le mutande. Questo, un capitano dei carabinieri, mi viene a dire. Io sono andata a fare la mia bella denuncia al magistrato. Ma il capitano è rimasto al suo posto".

Sono trascorsi dieci anni dalla prima volta che ci ho parlato, con la signora D’Angelo. Era presente anche la figlia, 32 anni, funzionaria in un ente pubblico. Sono andato a rileggermi gli articoli che ho scritto. Nel primo - gennaio 1995 - annoto: "Parlano anche di quello strano inquilino, uno che i magistrati conoscono bene, che ha abitato in una delle loro villette, durante i primi mesi del 1989. Non sapevano chi fosse, lo hanno scoperto dopo, vedendolo sui giornali, spiegano madre e figlia. Non dicono di più. I magistrati non vogliono".
Ci ho messo cinque mesi a capire chi fosse quell’uno che i magistrati conoscono bene.

3.5 Buscetta: “Gli chiesero di tornare”
La sera del 26 maggio del 1989 tutti i telegiornali aprono con la crisi di governo; a seguire, una clamorosa notizia: ARRESTATO IL PENTITO CONTORNO. E i giornali dell’indomani non sono da meno. Quelli siciliani, puntano direttamente sul PENTITO CON LICENZA DI UCCIDERE.

Ai magistrati che lo interrogano dopo l’arresto, il pentito racconta di essere stato in Sicilia, a Palermo, una prima volta, per una decina di giorni, durante il mese di marzo e una seconda a metà maggio (fino alla cattura). Di fronte alla Commissione antimafia cambia versione e colloca il primo viaggio nel mese di aprile.
In entrambi i casi Coriolano ha mentito.

E probabilmente ha mentito anche su altro. Sul perché del ritorno in Italia. “Gli americani mi hanno tagliato l’assegno e sono dovuto tornare”, ha sempre sostenuto lui. Ma c’è chi sostiene il contrario. Don Masino Buscetta, ad esempio, anche lui negli States, anche lui sotto protezione (mai revocata). Tenete presente che, nel 1984, prima di iniziare la sua collaborazione con la giustizia, Contorno chiede e ottiene di incontrare il grande pentito. Solo dopo avere ottenuto la sua benedizione comincia a cantare. È dunque plausibile - per non dire certo - che prima di decidere di tornare in Italia, Coriolano abbia voluto consultare Buscetta. Lo pensano anche i giudici di Palermo. E vanno a interrogarlo.

Ecco un breve resoconto processuale, pubblicato dalla Gazzetta del Sud il 29 luglio 1989, a firma del cronista di giudiziaria Folorido Borzicchi:
"Nei giorni scorsi, si ricorderà, vi venne letta la dichiarazione di Buscetta, raccolta in Usa dal presidente della corte d’Appello, Palmegiano, con la quale don Masino rivelava che Contorno era stato fatto tornare dagli italiani. Ieri mattina, alle 11, questa dichiarazione viene non più letta ma ascoltata così si sente il pugno sul tavolo di don Masino. Ho detto che fu fatto tornare! e giù il pugno".

Buio completo, invece, su chi lo avrebbe fatto tornare. E, soprattutto, sul perché.

3.6 Le battaglie della vedova
La signora Vita D’Angelo, da quella sera del 28 settembre del 1992, ha un solo obiettivo: restituire l’onore al marito ammazzato da due killer e infamato nel più classico stile mafioso ("marito infedele", "infame prezzolato", "corriere di armi per conto di Cosa nostra"), vedergli riconosciuto che è stato solo una vittima innocente della mafia. Ma come fare? Da dove cominciare, quando le indagini non vanno oltre il "regolamento di conti tra clan rivali"?

Impiegherà mesi e mesi, la vedova del capitano della marina mercantile Paolo Ficalora, per ricostruire – prima nella propria memoria e poi "a verbale" – gli avvenimenti degli ultimi anni. E, ovviamente, nella ricostruzione della donna c’è posto anche per quella famigliola che prese in affitto una villetta del ranch alla fine del 1988 e per quei due "parenti" che, la sera del 26 maggio, lei e il marito, vedendo i Tg (e l’indomani sui giornali), riconobbero in Salvatore Contorno e Gaetano Grado. Nessuno le crede. Dopotutto, sul ritorno in Sicilia di Contorno hanno indagato l’Antimafia e tanti magistrati. Ci sono relazioni parlamentari, sentenze passate in giudicato. Dunque, la signora si sbaglia: non potevano essere Contorno e Grado, quei due. Punto.

Voi come vi sentireste?

Lei non si perde d’animo e continua la sua battaglia per la verità. Anche se intanto è additata come "rompiscatole", "visionaria", "pazza". E forse rischia d’impazzire davvero, la vedova Ficalora, di fronte al muro di gomma che le si è parato davanti da quando ha messo a verbale quel nome: Salvatore Contorno.
Una sera di primavera del 1995 la signora rompe la consegna del silenzio impostale dai magistrati. Da Palermo va in onda Tempo reale, condotto da Michele Santoro. In una piazza del capoluogo siciliano ci sono l’inviato Sandro Ruotolo e diversi ospiti, tra i quali la direttrice Vita D’Angelo, 55 anni, da tre vedova di Paolo Ficalora. Ed è lì, davanti alle telecamere Rai, che la donna rende pubblico quel nome che rappresenta il vero e proprio tappo dell’inchiesta per l’accertamento della verità sull’omicidio del marito. Ora tutti sanno. Ma non succede nulla. Anche se, per la prima volta, in Procura c’è un pm, Gabriele Paci, che le crede.

3.7 Parlano i nuovi pentiti
Il 23 agosto del 1997, un quotidiano, riportando la notizia della collaborazione di Giovanni Brusca, scrive che il "boia di Capaci" sta svelando i retroscena dei delitti eccellenti e delle stragi... "Brusca - rivela la Repubblica - ha chiarito anche un altro "mistero", quello relativo all’uccisione del capitano di lungo corso in pensione Paolo Ficalora, assassinato perché avrebbe dato ospitalità al pentito Totuccio Contorno".

Secondo Gioacchino La Barbera, un altro degli stragisti di Capaci poi pentito, il delitto sarebbe stato commesso da (o per conto di) Gioacchino Calabrò; sarebbe stato lo stesso Calabrò a dirlo, in sua presenza, ma senza specificare il movente. Calabrò: il custode della raffineria scoperta ad Alcamo dal giudice Carlo Palermo; l’uomo prima condannato poi assolto per la strage di Pizzolungo; il mafioso in contatto con Giovanni Grimaudo, Maestro Venerabile della loggia massonica coperta Iside 2, una piccola P2 trapanese che affratellava mafiosi, politici, funzionari di polizia e burocrati comunali. 

3.8 Un omicidio inutile
Due processi e altrettante condanne: la prima, a 12 anni di carcere, nei confronti di Giovanni Brusca, reo confesso di essere il mandante dell’omicidio del capitano Paolo Ficalora; la seconda, nei confronti di Gioacchino Calabrò, boss trapanese, condannato all’ergastolo in quanto esecutore materiale del delitto.

"Di certo - scrive il giudice Giacomo Montalbano, nella sentenza che condanna Brusca, depositata il 3 gennaio 2003 - al capitano Ficalora si è, per oscuri motivi, voluto infliggere un supplizio ben più grave di quello estremo dallo stesso subìto, tormento che, travalicando i limiti della esistenza umana, avrebbe coinvolto quanto di più nobile ed elevato un uomo può avere: la dignità e l’orgoglio della propria onestà morale".

A mettere i Corleonesi sulla pista di Ficalora sarebbe stato un boss locale, Leonardo Cassarà (ucciso nel 1998): nell’89, avrebbe avvertito il clan di Riina della presenza di Contorno e Grado nel villaggio turistico. "La effettiva causale dell’efferata eliminazione del Ficalora - scrive il giudice Montalbano - risiede nell’essere costui entrato in rotta di collisione con gli interessi del Cassarà, riuscendo con la sua determinata azione di contrasto ad impedire che i poco chiari ed illeciti affari di un esponente di rilievo di Cosa nostra (lo stesso Cassarà, ndr) andassero in porto".

Il nome di Cassarà è tra quelli messi a verbale dalla vedova. Era lui che voleva mettere le mani sul ranch. È lui, secondo la ricostruzione processuale, ad avvertire i Corleonesi della presenza di Contorno e Grado a Castellammare del Golfo. E Cassarà sa bene che, così, ha decretato la condanna a morte del capitano.

"Dopo dieci anni di calunnie, è finalmente chiaro che mio marito è una vittima innocente della mafia. Restano, però, l’amarezza e il dolore per questo assassinio inutile". La professoressa Vita D’Angelo non riesce a non piangere ogni volta che parla del marito, Paolo Ficalora, ucciso la sera del 28 settembre 1992, proprio davanti ai suoi occhi. "Mio marito era orgoglioso della sua indipendenza politica e sociale, ed è morto senza sapere perché. Se ha fatto qualcosa che secondo i canoni della mafia non doveva, lo ha fatto inconsapevolmente".

Ci sono voluti dieci anni perché la verità emergesse in tutta la sua evidenza, dieci anni di calunnie nei confronti del marito ("un supplizio ben più grave di quello estremo dallo stesso subìto", secondo il giudice Montalbano), di resistenze d’ogni tipo, di isolamento, di solitudine. Dieci anni in cui la signora ha persino rischiato di passare per visionaria, a causa d’un nome messo a verbale, quello dell’ex collaboratore di giustizia Totuccio Contorno.

3.9 Le bugie di Grado e Contorno
Anche Grado - che nel frattempo ha cominciato a collaborare con la giustizia - e Contorno vengono interrogati. Ecco le dichiarazioni di Gaetano Grado, del 29 dicembre del 2000: "Avevo conosciuto il Ficalora in quanto costui aveva affittato un villino a D’Agati Agostino, persona di Villabate a me molto vicina che avevo in precedenza affiliato (…). Il D’Agati nei primi anni 80 era proprietario di un terreno ubicato nella zona di Calatafimi, coltivato a vigneto, ed aveva deciso di cercare un appartamento da affittare per avere un punto di appoggio allorché si recava in zona. Fu proprio il Ficalora ad affittargli l’appartamento nella zona di Castellammare del Golfo, appartamento all’interno del quale io stesso sono stato a dormire alcune volte verso il finire degli anni 80, non ricordo allo stato esattamente in quale periodo. Il Ficalora, per quanto a mia conoscenza, era persona assolutamente estranea a Cosa nostra. (…) Io stesso ho parlato alcune volte con il Ficalora e ricordo di aver conosciuto anche la moglie di questi. (…) Escludo, per quanto a mia conoscenza che mio cugino Contorno Salvatore, una volta iniziato il suo rapporto di collaborazione con la giustizia, abbia mai trovato rifugio in Castellammare del Golfo ovvero in altre zone della provincia di Trapani".

Il 15 gennaio del 2001 anche Coriolano viene sentito dal giudice Montalbano. Ecco alcuni stralci della sua testimonianza: "Seppi della morte del Ficalora attraverso la lettura dei giornali. Tengo a precisare che non ho mai conosciuto il Ficalora ed escludo decisamente che quanto riportato dai giornali a proposito dell’assistenza datami dal Ficalora nell’89, corrisponda a verità. Escludo che Ficalora sia mai stato vicino al nostro gruppo o che ci abbia mai dato assistenza o aiuto. Preciso che io fui arrestato nel maggio ’89 e che nel corso di tale anno non mi sono mai recato in provincia di Trapani. Ho conosciuto invece D’Agati Agostino, un ragazzo molto vicino al nostro gruppo".

"Appare in realtà inspiegabile - scrive il giudice, nella sentenza che condanna Giovanni Brusca come mandante del delitto - il perché sia il Grado che il Contorno, nel loro percorso collaborativo, abbiano negato la circostanza relativa alla presenza del Contorno in Castellammare del Golfo a fronte delle lucide dichiarazioni della D’Angelo". E alla conferma proveniente da numerosi pentiti. Un mistero sul quale la Procura di Palermo ha avviato un’inchiesta che non è ancora approdata a nulla.


4. COMPLOTTO BIS

4.1 Parisi: “I Siciliani inquinava le indagini”
Il 15 luglio entra in aula per la prima volta la teoria del complotto. A catapultarla nel dibattimento ci pensa un personaggio autorevolissimo, l’allora capo della polizia Vincenzo Parisi. Ma non c’entra l’89, il complotto contro Contrada risalirebbe all’85, a pochi mesi dopo gli omicidi di Ninni Cassarà e Roberto Antiochia. Quando i “veleni” che intossicavano Palermo si condensano in un’inchiesta giornalistica pubblicata da I Siciliani. Sostiene Parisi.

All’inizio di novembre di quell’anno, infatti, arriva in edicola il “numero zero” dei Siciliani, il periodico fondato da Giuseppe Fava che proprio il quell’occasione diventa settimanale, abbandonando la cadenza mensile che lo aveva caratterizzato fin dalla prima uscita.

Quel lenzuolone difficile da sfogliare, che nel formato richiama l’Espresso prima maniera, contiene un servizio sull’omicidio di Ninni Cassarà, il capo della Mobile di Palermo ucciso nell’estate del 1985. Nell’inchiesta si sostiene che il vicequestore stava indagando sui soldi del conte Arturo Cassina, il signore degli appalti di Palermo, e aveva imboccato una pista che portava alle banche svizzere. I due giornalisti autori dell’articolo - Claudio Fava e Michele Gambino - riportano le parole di diversi colleghi del funzionario assassinato, tutti coperti dall’anonimato; uno di questi sostiene che "Ninni stava indagando su uno degli “intoccabili” di Palermo; ed era anche convinto che, tra le alte sfere della Questura e dell’Alto Commissariato, ci fosse chi controllava da vicino le sue mosse. Per questo Ninni aveva paura". Fava e Gambino ricordano che nella relazione di minoranza della seconda Commissione Antimafia, pubblicata nel 1976, c’è un intero capitolo dal titolo inequivocabile - "Cassina e il sistema di potere mafioso a Palermo" - e che il nome dell’imprenditore compare pure nella requisitoria del primo maxiprocesso alla mafia, nel capitolo dedicato alle “contiguità” tra Cosa nostra e settori politici ed imprenditoriali, "con precisi riferimenti ai suoi rapporti col mafioso Carmelo Colletti". Malgrado ciò, Cassina continuava ad essere un intoccabile che, alla luce del sole, capeggiava una specie di nuova P2, la sezione siciliana dell’Ordine del Santo Sepolcro, un’istituzione creata novecento anni fa allo scopo di "difendere il Sepolcro di Cristo", ma che nel tempo aveva sviluppato stretti collegamenti con la massoneria di rito scozzese, "la setta massonica più potente e più torbida". "Intuibile il motivo per cui un uomo d’affari pragmatico ed efficientista come Arturo Cassina si impegni così attivamente per “rilanciare” in Sicilia i fasti del Santo Sepolcro. Ed è un motivo perfettamente logico - spiegano Fava e Gambino - soprattutto se si scorre l’elenco dei personaggi che, negli ultimi anni, l’imprenditore palermitano è riuscito ad irretire in quest’Ordine misticheggiante. Oggi, infatti, sono Cavalieri del Santo Sepolcro il capo di gabinetto dell’Alto Commissariato per la lotta alla mafia Bruno Contrada, l’attuale capo della squadra mobile di Palermo Giacomo Salerno e l’ex questore Giuseppe Montesano (trasferito a Brescia di recente). I tre funzionari di polizia - proseguono i cronisti - sono confluiti nella nobile associazione meno di due anni fa, nella medesima seduta di investitura... Ma se per Cassina è certamente utile stringere rapporti con uomini tanto influenti, è più difficile capire perché tutti questi personaggi trovino opportuno, in una città come Palermo, giurare fedeltà al Sepolcro di Cristo in compagnia di un imprenditore il cui nome ricorre tanto frequentemente nelle vicende di mafia degli ultimi trent’anni di storia siciliana".

Quelle pagine dei Siciliani, oltre all’inchiesta citata, contengono un “box” che riporta alcuni stralci dell’ultimo libro di Michele Pantaleone (Mafia, pentiti?, edito da Cappelli), uscito nelle librerie proprio in quei giorni. Pantaleone, già nell’introduzione, riporta due inquietanti episodi che coinvolgerebbero Bruno Contrada: uno denunciato dall’ex questore di Palermo Vincenzo Immordino, l’altro contenuto in un’interrogazione parlamentare del comunista Sergio Flamigni, già membro della Commissione Antimafia. Immordino - il questore che non si fidava di Contrada e per questo lo aveva tenuto all’oscuro di un blitz contro il clan Spatola-Inzerillo - avrebbe comunicato ai suoi superiori, già nell’80, che Contrada "era venuto meno a suoi precisi doveri, e che, fra l’altro, aveva dichiarato di non avere fiducia alcuna nella magistratura di Palermo", scriveva Pantaleone; Flamigni, nell’interrogazione parlamentare, segnalava "che un sottufficiale dell’antidroga aveva consegnato ai suoi superiori un rapporto denuncia contro don Tano Badalamenti... nel rapporto, oltre al figlio di don Tano, figurano - si legge nel libro dell’anziano scrittore siciliano - come collusi o complici alcuni funzionari della Criminalpol, il vicesegretario di un partito al potere ed un ministro il cui nome compare nei famigerati elenchi della P2 di Gelli". "Su almeno uno dei nomi contenuti nel rapporto dell’Antidroga - rivelano i giornalisti del settimanale -, a proposito di presunti “collusi o complici” di Badalamenti, non esistono dubbi: si tratta dell’attuale capo di gabinetto dell’Alto Commissario, Bruno Contrada".

Insomma, I Siciliani riferisce circostanze precise, verificabili; per il capo della polizia Parisi, invece, si tratterebbe solo di "insinuazioni". E, spiega ai magistrati del Tribunale che giudicano Contrada, "noi sappiamo che una persona può essere uccisa anche con le parole". Insomma, Fava e Gambino si sarebbero comportati come veri e propri killer della mafia. "Dopo questa vicenda lo invitai a lasciare Palermo e a trasferirsi a Roma perché volevo proteggerlo, tutelare la sua incolumità. Non era una punizione, tutt’altro. Attorno a Contrada - conclude Parisi - c’era ormai terra bruciata ed era preferibile tirarlo fuori dai pericoli di una vendetta mafiosa".

Ai tempi della pubblicazione di quell’inchiesta, Contrada, oltre ad essere capo di gabinetto dell’Alto Commissario Antimafia, era responsabile siciliano del Sisde, il servizio segreto civile che all’epoca era guidato proprio da Vincenzo Parisi.

Fu dunque il Parisi direttore del Sisde a richiamare Contrada a Roma: "Con funzioni non operative", ha spiegato lui stesso ai commissari dell’Antimafia nel corso della sua audizione successiva all’arresto del superpoliziotto, nel ’93. E fu proprio Parisi ad archiviare subito l’affaire Contrada all’indomani delle rivelazioni del settimanale: "Insinuazioni... viziate da intendimenti disinformativi e dal fine di porre il funzionario in una luce ambigua e di discussione sul piano della lealtà e della moralità professionale".

Era l’8 novembre ’85 - due giorni dopo l’uscita in edicola del giornale - quando il direttore del Sisde Vincenzo Parisi appose la propria firma sotto l’informativa “riservata” che - su carta intestata del servizio segreto civile - fu inviata a tutti i responsabili della sicurezza interna. Insomma: il caso è chiuso. Anzi no. Parisi aggiunse che erano in corso accertamenti sugli "antecedenti" di questa scriteriata iniziativa del giornale fondato da Giuseppe Fava; iniziativa che - per Parisi - può "denotare la volontà di ledere il funzionario nel quadro di una offensiva che, riguardata nell’ambiente, non può fare escludere pericoli per la sua incolumità fisica". Insomma, invece di indagare a fondo sui fatti riferiti nell’inchiesta giornalistica, il direttore del Sisde preferisce investigare sugli "antecedenti" dell’articolo, cioè sul giornale.

Voi vi aspettereste che Bruno Contrada o il Sisde o l’Alto Commissariato o il ministero dell’Interno o tutt’e quattro abbiano sporto querela, per tutelarsi contro le "insinuazioni viziate da intendimenti disinformativi". Invece no, nessuna querela.

Tre anni più tardi, invece, quando il giornalista Roberto Chiodi, sul settimanale l’Espresso, riporterà le voci che indicano Contrada come la “talpa” che avrebbe informato il riciclatore di narcolire Oliviero Tognoli del mandato di cattura emesso nei suoi confronti dai magistrati di Palermo, la querela scatterà immediata e sarà ritirata solo dopo che il giornalista si sarà rimangiato tutto. Anche in questa occasione il Sisde entra in fibrillazione. Anche in questa circostanza viene avanzata l’ipotesi di un trasferimento del funzionario. Ma pure questa vicenda è archiviata e Contrada resta al suo posto.

Pensate che per discutere la questione s’è tenuto persino un “vertice” al Viminale (tra l’allora ministro dell’interno Antonio Gava, il direttore del Sisde Riccardo Malpica, il capo della polizia Vincenzo Parisi e il suo capo di gabinetto Antonio Lattarulo): "Vi fu un’ampia discussione - ha riferito ai giudici Malpica - nella quale in Ministro non riteneva opportuno penalizzare il Contrada senza avere certezze, e si decise che il funzionario potesse restare al Sisde". E la sua carriera potesse proseguire senza intoppi.

La tesi del complotto contro l’imputato riemergerà, al processo, durante l’udienza del 29 dicembre ’94; sarà lo stesso Contrada a evocarla: "C’è qualcuno nella polizia che mi vuole male", dichiara l’ex 007 e, glissando su una precisa domanda dello sbigottito presidente Ingargiola che chiede lumi, cita l’inchiesta dei Siciliani, ricorda di averne parlato con l’allora presidente del Coordinamento antimafia Carmine Mancuso - che all’epoca dei fatti era ispettore di polizia a Palermo - senza cavare un ragno dal buco. Poi aggiunge: "Di sicuro c’è che l’ispiratore di quell’articolo era qualcuno della polizia, perché il servizio giornalistico conteneva una serie di particolari che soltanto un uomo dell’apparato poteva conoscere". Siamo all’invenzione dell’acqua calda. Era chiaro a tutti, leggendo l’inchiesta, che Fava e Gambino avevano parlato con diversi poliziotti e funzionari della questura di Palermo. Circa il fatto che l’articolo possa essere stato "ispirato" da qualcuno, poi, siamo nel campo - stavolta sì - delle insinuazioni. A prescindere da ciò, si tenta, ancora una volta, di sviare, di eludere le questioni senza mai entrarci nel merito.

I Siciliani riferisce tre episodi specifici: l’iscizione di Contrada all’Ordine cavalleresco del Santo Sepolcro, capeggiato dal discusso e discutibile conte Arturo Cassina; la “relazione Immordino”; il rapporto dell’Antidroga sul clan Badalamenti. Il primo elemento era noto a tutti, in quanto pubblicato persino dal Giornale di Sicilia di Palermo dopo la cerimonia d’investitura; le altre due vicende erano riportate nel libro di Pantaleone. Dove sta il complotto? Che bisogno c’è di "ispiratori"? Perché ancora una volta Contrada evita accuratamente di entrare nel merito dei fatti riportati e si concentra su presunte regie occulte? Lasciamo in sospeso le domande, evitiamo la dietrologia e andiamo avanti.

Il giorno dopo i quotidiani si tuffano nella tesi del complotto ed amplificano le parole del funzionario: "Qualcuno nella polizia mi diffamava", titolano quasi tutti. Tranne uno, L’opinione, un oscuro foglio vicino a Forza Italia, che in una corrisponedenza firmata da Giorgio Stracquadanio (già portaborse di Tiziana Maiolo) accusa "la Rete di Orlando" di avere complottato contro l’ex funzionario del Sisde. Quello che dovrebbe essere il resoconto dell’udienza è, invece, una vera e propria fabbrica di disinformazione, sia nel titolo che nei contenuti. L’operazione giornalistica, però, è molto sottile, raffinata: talmente raffinata da ricordare le tecniche di inquinamento usate dai servizi segreti. Stracquadanio, per comodità sua o per sbadataggine (l’effetto è identico), sposta in avanti di quattro anni l’uscita del servizio dei Siciliani, collocandolo nel 1989. Per la cronaca, "la Rete di Orlando" nasce nel 1991 e nell’89 I Siciliani non era in edicola da tre anni.

4.2 Bugie di carta
L’89, oltre ad essere l’anno della caduta del Muro di Berlino, è un anno fatidico della storia di Palermo. È l’anno della cattura di Contorno alla periferia della città, del fallito attentato dell’Addaura, delle lettere del “Corvo”. L’opinione pubblica una doppia pagina sui fatti siciliani: nella prima, riporta il resoconto deformato dell’udienza; nell’altra, un clamoroso scoop, la prima parte dell’audizione di Totuccio Contorno davanti alla Commissione Antimafia, risalente all’agosto dell’89 e rimasta segreta fino ad allora. Una gran bella “coincidenza”, no?

La pubblicazione delle dichiarazioni di Contorno proseguirà, a puntate, per dieci giorni. "Chi proteggeva Contorno?" è la domanda retorica che titola il servizio; "Totuccio confessò che fu la Criminalpol", spiega il sommario; come compendio, le foto di Contorno e di Gianni De Gennaro: il mistero è svelato.

Nell’introduzione, firmata da tale Vittorugo Mangiavillani, in un italiano un po’ claudicante, si mettono in collegamento le due vicende, Contrada e Contorno: "Non si capisce come mai i Pm del processo Contrada, Ingroia e Morvillo, non lo abbiano chiamato sul pretorio (Contorno, nda) a dire la sua sugli eventuali rapporti intercorsi fra il suo “capo famiglia” Stefano Bontate, ed il poliziotto Contrada. Chi meglio di lui potrebbe saperlo visto che nel rinvio a giudizio del primo maxiprocesso, Giovanni Falcone definisce “Totuccio” l’uomo più vicino a Bontate". La stessa domanda che, come abbiamo già visto, alla fine del processo, sui giornali, pone lo stesso Contrada. Fingendo di non sapere che la citazione di Contorno poteva chiederla anche la difesa.

Nelle altre nove puntate dell’utilissimo colpo giornalistico, il foglio forzitaliota si allena a lanciare bordate contro De Gennaro e Violante: il primo reo di avere coperto Contorno; il secondo accusato di avere voluto coinvolgere a tutti i costi Falcone nella vicenda. Secondo Mangiavillani, "allora ci fu un’aspra polemica fra i partiti di sinistra, il Pci soprattutto, ed il magistrato palermitano, perché gli addebitavano, i primi, una gestione non ortodossa dei suoi contatti coi pentiti: Buscetta, Contorno, ma non solo loro". Peccato che proprio il Pci non sia mai stato coinvolto in quelle polemiche contro Falcone. E Violante meno che mai. In commissione Antimafia, nel corso dell’inchiesta sul “caso Contorno”, Violante si prodigò affinché la Commissione non proseguisse l’indagine, ché, a suo modo di vedere, aveva già chiarito in maniera esauriente gli interrogativi ai quali si proponeva di trovare risposte. Dello stesso avviso si dichiarò la maggior parte dei commissari - in testa il presidente Gerardo Chiaromonte, anch’egli del Pci -, ad eccezione del missino Lo Porto, del radicale Franco Corleone e della demoproletaria Bianca Guidetti Serra (Corleone e Guidetti Serra sono autori di due distinte relazioni di minoranza, sul “caso Contorno”).

La commissione discusse a lungo circa l’opportunità di ascoltare il giudice Alberto Di Pisa, sospettato di essere l’autore delle lettere anonime, ma decise di acquisire le due audizioni di Di Pisa al Consiglio Superiore della Magistratura, effettuate pochi giorni prima, e di chiudere l’inchiesta.

Mangiavillani e L’opinione non possono non sapere queste cose: così come si sono procurati l’audizione segreta di Contorno, potevano benissimo acquisire il resoconto stenografico del dibattito pubblico tenutosi in commissione. C’è da dire, comunque, che sia l’interrogatorio di Contorno che il dibattito parlamentare non chiariscono per niente i punti oscuri legati alla permanenza del pentito in Sicilia. Di certo c’è, invece, come ha spiegato Gianni De Gennaro nel corso della sua audizione (segreta come quella del pentito), che ormai Contorno è un collaboratore "bruciato", "inservibile".


5. UN’ALTRA BOMBA INESPLOSA

5.1. "Volevano uccidere Contorno"
Il caso (?) vuole che di Contorno si torni a parlare pubblicamente proprio due giorni dopo l’apertura del dibattimento, in seguito al ritrovamento di settanta chili di tritolo sulla via Formellese, alla periferia di Roma: “Maxi-bomba per Contorno” titola la Repubblica. Tutti i giornali si trovano d’accordo sul fatto che il tritolo fosse destinato a uccidere il pentito. Più di qualche dubbio, invece, viene avanzato da investigatori e inquirenti. Contorno abitava a sette chilometri di distanza, ma "smentisco che abiti ancora da quelle parti" dichiara il prefetto Luigi Rossi, capo della Criminalpol. Il capo della polizia, Vincenzo Parisi, spiega invece che "si è trattato di un attentato dal valore simbolico, di una intimidazione. Con obiettivi molteplici. Per esempio colpire un pentito eccellente come Contorno, per disarticolare, minare il processo del pentitismo proprio mentre c’è chi ipotizza di alleggerire il ricorso dello Stato ai collaboratori di giustizia. Ma - aggiunge Parisi - non vanno sottovalutate anche altre coincidenze temporali... La bomba è stata collocata il giorno prima dell’insediamento delle nuove Camere e due giorni dopo la decisione del tribunale di Caltanissetta di rinviare a giudizio i mandanti della strage di Capaci... Una strage solo di mafia, hanno stabilito i giudici. E la mafia reagisce...".

Insomma, anche se quel tritolo non fosse stato destinato a Contorno ormai poco importa; chi ha dato in pasto alla stampa quel nome ha raggiunto l’obiettivo di intimidire il pentito e di dare una mano a quanti li vogliono imbavagliare tutti. Siamo a metà aprile, subito dopo le elezioni politiche del 27 marzo che portano Berlusconi al governo del Paese, dopo una campagna elettorale che, specie al Sud, è stata imperniata sull’abolizione del carcere duro per i boss mafiosi e sul ridimensionamento dei pentiti. Tiziana Maiolo, addirittura, ha chiesto a gran voce l’abolizione del reato di associazione mafiosa ("perché criminalizza la gente del Sud"). Il contesto è questo, dunque.

5.2. La bomba, era per Contorno o per Contrada?
Il quotidiano di Catania, La Sicilia, ipotizza che a mettere la bomba non sia stata la mafia: "In questo momento Contorno può fare più comodo alla mafia che alla polizia. Perché, essendo in corso il processo Contrada, la sua vicenda legata a quella del Corvo e al suo rientro clandestino dagli Stati Uniti a Palermo, può essere motivo di grande imbarazzo per gli apparati di polizia". Il quotidiano, nei giorni successivi, insisterà su questa tesi e, tra l’altro, incorrerà in un clamoroso errore. Secondo l’articolista, infatti, ormai il problema è quello di capire "chi sia quella “talpa” che ha indirizzò Cosa nostra sulla via di Contrada". Ma non era per Contorno, la bomba? Il quotidiano non correggerà mai questo scambio di bersaglio e, anzi, batterà la pista dei “servizi deviati” per spiegare quel tritolo, e tornerà a riproporre come certa l’ipotesi che "Contorno sarà chiamato a testimoniare al processo Contrada"

Solo in una delle 169 udienze è stato pronunciato il nome del pentito, il 13 maggio ’94, durante la testimonianza del giudice Raimondo Cerami, l’ex sostituto procuratore di Palermo che nell’85 indagò sull’omicidio del vicequestore Ninni Cassarà. Cerami ha raccontato che un giorno Contrada andò a trovarlo nel suo ufficio - "una visita non annunciata", ha spiegato il magistrato - e gli espose la sua teoria sull’omicidio: Cassarà sarebbe stato ucciso dai nemici di Contorno, che era stato a Palermo alla ricerca di riscontri alle dichiarazioni da lui rese al giudice Giovanni Falcone. In questa missione il pentito era stato affidato a Cassarà, che - secondo Contrada - "forse era stato poco attento a farsi vedere in giro con Contorno", ha ricordato Cerami. Questo è l’unico episodio processuale nel quale entra il nome dell’ex braccio destro di Stefano Bontate, non è la difesa ad evocarlo, ma poteva essere questo “l’aggancio” per sollevare la “questione Contorno”. Però, né Milio, né Sbacchi, né tantomeno Contrada l’hanno fatto. Un’occasione sprecata.
postato da: sebagulisano alle ore 22:24 | Permalink | commenti
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